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Testudines

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Cheloni
Intervallo geologico
Classificazione scientifica
DominioEukaryota
RegnoAnimalia
PhylumChordata
SubphylumVertebrata
InfraphylumGnathostomata
SuperclasseTetrapoda
CladeSauropsida
ClasseReptilia
CladePantestudines
CladeTestudinata
CladePerichelydia
OrdineTestudines
Batsch, 1788[1]
Sinonimi
  • Chelonii Latreille, 1800
  • Chelonia Ross & Macartney, 1802
Sottogruppi[2]
Areale

     tartarughe marine

     tartarughe terrestri e d'acqua dolce (testuggini)

I cheloni[3] (Testudines Batsch, 1788) sono un ordine di rettili dotati di guscio composto da piastre ossee; comprendono le tartarughe e le testuggini.

In italiano, "tartaruga"[4] e "testuggine"[5] sono comunemente utilizzati come sinonimi per riferirsi a tutti i membri dell'ordine dei cheloni. Tuttavia, nel linguaggio zoologico il lemma tartarughe è più propriamente limitato alle specie marine[6] (superfamiglia Chelonioidea), caratterizzate da arti adattati in pinne. Per le specie terrestri (famiglia Testudinidae) e d'acqua dolce è invece più appropriato il termine testuggini.[7][8]

Distribuzione e habitat

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Biodiversità di tartarughe e testuggini

Le specie dell'ordine Testudines sono presenti in tutti i continenti, eccetto l'Antartide, e in tutti gli oceani; la maggiore biodiversità si concentra nelle regioni tropicali e subtropicali, ma un discreto numero di specie è presente anche nelle zone temperate.

Al 2025, gli specialisti riconoscono 359 specie di cheloni viventi, di cui 7 sono tartarughe marine, 305 sono testuggini d'acqua dolce, e 47 sono testuggini terrestri. Di queste, 196 (53,8%) sono considerate specie a rischio dagli esperti dell'IUCN.[9]

Popolano una grande varietà di habitat differenti: dai mari ai deserti, passando per specchi d'acqua dolce e foreste tropicali e temperate. Tra le specie più note presenti in Italia vi sono la tartaruga marina comune (Caretta caretta), la testuggine palustre europea (Emys orbicularis) e la testuggine terrestre comune (Testudo hermanni).

Le dimensioni delle tartarughe possono variare dai 10 cm per le specie più piccole fino ai 2 m per quelle più grandi.

La specie più piccola vivente è una testuggine d'acqua dolce, il Kinosternon vogti che non supera i 10,2 cm. La più piccola delle specie terrestri è invece il Chersobius signatus, lungo al massimo 11 cm. Tra le tartarughe marine la più piccola è la tartaruga bastarda (Lepidochelys kempii), lunga non più di 76 cm.[9]

La tartaruga più grande tra le specie esistenti è una specie marina, la tartaruga liuto (Dermochelys coriacea), che può superare 1,80 m di lunghezza e 640 kg di peso:[10] l'esemplare più grande conosciuto fu rinvenuto in Galles nel 1988, misurava 2,91 m di lunghezza e pesava ben 961 kg.[11] Fra le testuggini terrestri giganti vi sono quelle delle Galápagos (Chelonoidis niger) e delle Seychelles (Aldabrachelys gigantea), che possono superare 1,30 m di lunghezza e raggiungere un peso di circa 250 kg: tra queste, il record appartiene a Goliath, un maschio di testuggine delle Galápagos vissuto in cattività in Florida tra il 1960 e il 2002, che era lungo 1,36 m, alto 68,5 cm e pesava 417 kg.[12] Infine, la più grande testuggine d'acqua dolce è il rarissimo Rafetus swinhoei che supera il metro di lunghezza e il cui esemplare più grande registrato pesava 250 kg.[13]

Le tartarughe sono dotate di un robusto guscio (o teca) formato da piastre ossee e costituito da una porzione dorsale detta carapace (o scudo) e da una ventrale chiamata piastrone (o, storicamente, sterno), riunite insieme sui lati da un ponte osseo più o meno esteso a seconda delle specie. Il guscio è dotato di un'apertura anteriore da cui fuoriescono il capo e gli arti anteriori, e di una posteriore da cui fuoriescono gli arti posteriori e la coda. Caso unico tra i vertebrati, nei cheloni il cingolo scapolare e quello pelvico sono racchiusi dalla cassa toracica, venendo così a posizionarsi all'interno del guscio. Nella maggior parte delle specie gli arti sono retrattili e possono essere nascosti entro o sotto il guscio.[14]

Anatomia ossea del carapace (a sinistra, in vista dorsale) e del piastrone (a destra, in vista ventrale) con la nomenclatura delle piastre secondo Zangler, 1969.[15]
Anatomia ossea del guscio nella famiglia Cheloniidae, in cui sono ben visibili le fontanelle (evidenziate in grigio) dovute all'incompleta ossificazione delle piastre.

Il carapace è composto da circa 50 ossa, divise in una serie mediana di piastre impari (di solito 12), due serie di piastre costali di origine endoscheletrica[16] (8 per lato) e due serie di piastre periferiche di natura dermica (11 per lato). La serie mediana è a sua volta formata: dalla piastra nucale, ritenuta omologa ai cleitri degli amnioti più basali; dalle piastre neurali (di solito 8), di natura endoscheletrica;[16] da 1-3 piastre soprapigali e dalla piastra pigale, queste ultime di probabile origine dermica.[17] Le piastre neurali si sviluppano a partire dagli archi neurali delle vertebre dorsali sottostanti. Le piastre costali si formano invece da un'espansione craniocaudale delle costole,[18] le quali raggiungono le piastre periferiche coi loro apici distali. L'allargamento delle costole determina la chiusura degli spazi intercostali, sebbene in certe specie permangano delle fontanelle più o meno ampie nella zona distale.[14] Vi può essere comunque una riduzione nel numero di piastre, ad esempio nella famiglia Trionychidae sono assenti le periferiche, le soprapigali e la pigale.[19] Viceversa, nella famiglia Chelidae le piastre neurali non sono visibili dorsalmente in quanto nascoste sotto la superficie delle piastre costali che si estendono fino a suturarsi medialmente tra loro.[20] Il genere Kinixys si contraddistingue invece per la presenza di un'articolazione tra le piastre, che consente la flessione dorsoventrale della porzione posteriore del carapace.

Il piastrone è formato in genere da 9 piastre ossee, precisamente entoplastron impari; ed epiplastra, hyoplastra, hypoplastra e xiphiplastra tutti pari.[14] In alcuni generi nella superfamiglia Pelomedusoidea[21] sono presenti un paio di piastre supplementari, i mesoplastra, che si interpongono fra gli hyoplastra e gli hypoplastra. Molte specie primitive possedevano una o anche due paia di mesoplastra.[22] Gli epiplastra e l'entoplastron sono omologhi rispettivamente alle clavicole e all'interclavicola; le restanti ossa del piastrone sono considerate omologhe ai gastralia, le cosiddette "costole addominali" presenti in altri gruppi di Rettili.[18][22] In certe famiglie, come Cheloniidae e Trionychidae, gli adulti conservano le fontanelle del piastrone, che nella maggior parte delle specie invece si chiudono con la crescita, per progressiva ossificazione. L'hyoplastron e l'hypoplastron (laddove presente, anche il mesoplastron) possiedono in genere dei processi laterodorsali che si suturano con le piastre periferiche del carapace, andando a formare il ponte osseo; in alcuni casi però, l'unione tra carapace e piastrone può essere meno intima (a titolo d'esempio, nel genere Emys è costituita da legamenti cartilaginei). Similmente, in alcune specie (come nel genere Kinosternon) si riscontra una mobilità tra le stesse piastre del piastrone, che formano così dei lobi mobili che consentono all'animale di chiudere una o entrambe le aperture del guscio quando si ritira al suo interno.[14]

Vista ventrale dello scheletro (sopra) e dettaglio del mosaico osteodermico (sotto) di Dermochelys coriacea.

Il guscio della tartaruga liuto (Dermochelys coriacea) rappresenta un caso del tutto eccezionale. In questa specie, gli elementi della teca sono estremamente ridotti: sono assenti tutte le piastre ossee del carapace, ad eccezione della piastra nucale; le piastre ossee del piastrone, tra cui pure manca l'entoplastron, sono nastriformi e formano un anello periferico con un'ampia fenestratura centrale. In particolare, l'assenza delle piastre neurali e costali implica che vertebre dorsali e costole non sono suturate rigidamente.[23] Tale divergenza anatomica è così straordinaria che, in passato, alcuni zoologi classificavano la tartaruga liuto in un sottordine (Athecae Cope, 1871) contrapposto a tutti gli altri cheloni (Thecophora Dollo, 1886).[24][25] Per contro il guscio della tartaruga liuto, costituito da molte centinaia di piccoli osteodermi di forma irregolarmente poligonale e disposti a mosaico,[26] è definito epiteca.[27] Uno strato di tessuto connettivo separa l'epiteca dall'endoscheletro sottostante.[28] Sul carapace, alcuni osteodermi tettiformi, con il loro susseguirsi in serie longitudinali, formano 7 carenature pronunciate; gli spazi tra le carene sono invece riempiti da osteodermi più piccoli e piani. Sul piastrone, gli osteodermi sono presenti posteriormente alla regione epiplastrale, dove si dispongono solo su 6 file longitudinali ininterrotte, corrispondenti alle 6 lievi carenature ventrali (di cui le due mediali sono talmente ravvicinate da essere spesso contate come una sola).[28] Le suture tra gli osteodermi sono fatte di fibre di collagene, che conferiscono flessibilità al guscio sotto la forte pressione idrostatica a cui questa specie è soggetta quando si immerge fino a 1200 m di profondità.[29]

Folidosi del carapace (a sinistra, in vista dorsale) e del piastrone (a destra, in vista ventrale) con la nomenclatura degli scuti secondo Zangler, 1969.[15] Le linee scure mostrano i solchi tra le scaglie cornee; le linee sottili indicano le suture tra le piastre ossee sottostanti.

In molte specie di cheloni, carapace e piastrone sono rivestiti esternamente da scaglie cheratiniche di natura epidermica, denominate scuti. Fanno eccezione le famiglie Dermochelyidae, Trionychidae e Carettochelyidae in cui invece il rivestimento esterno del guscio è costituito da uno strato di pelle. I solchi di congiunzione tra le scaglie cornee tendono a essere sfalsati rispetto alle suture tra le piastre ossee sottostanti. Il carapace è rivestito solitamente da 5 scuti vertebrali impari, 4 paia di scuti pleurali e 12 paia di scuti marginali, anche se il numero esatto può variare considerevolmente in alcune specie. Tra gli scuti del 1º paio di marginali è a volte presente uno scuto cervicale; gli scuti del 12º paio di marginali, che in alcune specie sono fusi insieme, sono altresì noti come sopracaudali. Il piastrone è rivestito tipicamente da 6 paia di scuti: golari, omerali, pettorali, addominali, femorali e anali. Dietro gli arti anteriori e davanti ai posteriori vi sono talvolta dei piccoli scuti pari detti rispettivamente ascellari e inguinali. A seconda delle specie possono essere presenti sul piastrone anche uno scuto intergolare o uno scuto interanale, che sono invece impari. Il ponte osseo può essere ricoperto da degli scuti aggiuntivi detti inframarginali, ed eccezionalmente vi possono essere anche degli scuti sopramarginali.[14]

All'interno del guscio si trova un'unica cavità che ospita gli organi interni, detta cavità celomatica. L'assenza del diaframma comporta infatti la mancanza di una separazione anatomica tra cavità toracica e addominale nelle tartarughe.

La retrazione del collo

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Rappresentazione schematica dei due diversi meccanismi di retrazione del collo nei sottordini Cryptodira e Pleurodira.

La retrazione del collo della tartaruga è dovuta ad un movimento reso possibile dalla morfologia e dalla disposizione delle vertebre cervicali. La colonna cervicale è composta da 9 articolazioni e 8 vertebre, indipendenti una dall'altra. Le vertebre, essendo arrotondate, permettono al collo la flessibilità, così da potersi piegare indietro e lateralmente. Il meccanismo di retrazione del capo è differente dal punto di vista filogenetico tra i 2 sottordini esistenti: nei Criptodiri il collo si ritrae all'interno del guscio compiendo una curva a S nel piano verticale;[30] nei Pleurodiri invece il collo si piega su un lato nel piano orizzontale andandosi a posizionare tra il margine anteriore del carapace e il piastrone.[31]

L'antenato comude degli amnioti (mammiferi e rettili, uccelli compresi) usava i muscoli intercostali per espandere e contrarre i polmoni, una caratteristica mantenuta da molti amnioti attuali.[32] Tuttavia, nelle tartarughe, le costole sono fuse con il carapace ed esterne alle cinture pelviche e scapolari, una caratteristica unica tra i vertebrati. Il guscio rigido non è in grado di espandersi e, rendendo immobile la gabbia toracica, ha fatto sì che le tartarughe sviluppassero adattamenti particolari per la respirazione. I principali muscoli che usano per espandere e contrarre i polmoni infatti sono il muscolo trasverso dell'addome e il muscolo obliquo dell'addome. Il primo, quando si contrae, spinge l'aria fuori, mentre secondo, contraendosi, espande i polmoni, facendo entrare aria. In aggiunta, anche alcuni muscoli delle cinture pelviche e scapolari possono aiutare a regolare il volume dei polmoni. Il guscio è la struttura contro la quale i muscoli addominali trasversi e obliqui fanno forza.[33]

Alimentazione

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La maggior parte delle specie acquatiche sono prevalentemente onnivore; sono per lo più carnivore da giovani, ma con la crescita si orientano verso i vegetali. Si alimentano di pesce, alghe, frutti di mare. Riescono a raggiungere gli 8 km/h di velocità.

Le terrestri sono più erbivore con una dieta che varia dalla frutta ai cactus. Raggiungono a malapena i 100 m/h (3 cm/s).

Si ritiene che le prime proto-tartarughe[non chiaro] siano comparse nel periodo tardo Triassico dell'era mesozoica, circa 220 milioni di anni fa; il loro guscio, che è rimasto una parte della struttura corporea straordinariamente stabile, sembra essersi evoluto da estensioni ossee della colonna vertebrale e delle costole che si sono espanse, saldandosi insieme per formare una struttura unica, in grado di offrire protezione ad ogni stadio evolutivo (anche quando la componente ossea del guscio non era completa). Questa ipotesi è supportata da fossili della testuggine d'acqua dolce Odontochelys semitestacea o "testuggine dentata con guscio a metà" del tardo Triassico, trovata vicino a Guangling, nella Cina sud-occidentale. Odontochelys presenta un piastrone completamente osseo e un carapace incompleto, simile ad uno stadio precoce dello sviluppo embrionale.[34] Prima di questa scoperta, l'antenato fossile più antico allora conosciuto (Proganochelys) era terrestre e possedeva un guscio completo, a prova dell'assenza di evoluzione di questa struttura anatomica. Per la fine del Giurassico le tartarughe avevano già subito un'ampia radiazione e la loro storia diventa facile da definire sulla base dei reperti fossili.

La loro esatta genealogia è stata molto contestata. Si riteneva che le tartarughe fossero i soli rami sopravvissuti di un'antica classe di Anapsidi, che includeva gruppi come i Procolophonoidea, i Millerettidae, i Protorothyrididae, i Pareiasauridae (tutti estinti nel Permiano o nel Triassico)[35]. In seguito studi filogenetici basati su tratti morfologici hanno posto le tartarughe nel gruppo dei Diapsidi, più vicine agli Squamati che agli Arcosauri.[36] Tutti gli studi molecolari hanno fortemente confermato la collocazione delle tartarughe tra i Diapsidi: alcuni, in particolare, all'interno degli Archosauria[37] o, più comunemente, come gruppo fratello di quelli ancora esistenti[38][39][40][41]; alcune analisi condotte da Lyson et al (2012) pongono invece le tartarughe come gruppo fratello dei Lepidosauri.[42] Nuove analisi sulle filogenesi precedenti suggeriscono che la classificazione delle tartarughe tra gli Anapsidi derivi dal fatto che il campionamento di fossili e taxa esistenti non era abbastanza esaustivo per una ricostruzione completa del cladogramma. Si ritiene che i Testudinati si siano differenziati dagli altri Diapsidi tra 200 e 279 milioni di anni fa, ma il dibattito è ancora lontano dall'essere concluso.[36][38] La prima analisi filogenetica basata su sequenze genomiche fu completata da Wang et al. nel 2013. Usando il genoma parziale di Chelonia mydas e Pelodiscus sinesi, il gruppo concluse che le tartarughe sono con molta probabilità il gruppo fratello di coccodrilli e uccelli (Archosauria). Questa collocazione all'interno dei Diapsidi suggerisce quindi che la linea delle tartarughe abbia perso il carattere del cranio diapside durante la sua storia evolutiva.

Recentemente Field et al. (2014) hanno confutato la filogenesi proposta da Lyson et al., che si basava su microRNA (miRNA) apparentemente sinapomorfici. I miRNA sono molecole di RNA non codificante, considerate caratteri filogenetici estremamente utili per ricostruire la storia evolutiva di un taxon in quanto presentano un elevato grado di aggiunta nel genoma animale col trascorrere del tempo evolutivo, un basso tasso di perdita secondaria ed una sequenza primaria del prodotto genico maturo estremamente conservata. Field et al. sostengono che l'errore che ha portato Lyson et al. a concludere che le tartarughe fossero il sister group dei lepidosauri derivi principalmente da un bias nel campionamento (assenza di genomi sequenziati nelle regioni chiave dell'albero filogenetico). Una classificazione dei criteri di annotazione dei microRNA, infatti, ha messo in discussione la diagnosi di molte sequenze precedentemente riconosciute come tali, incluse le quattro sequenze utilizzate da Lyson come sinapomorfie tra tartarughe e lepidosauri. Field e collaboratori, attraverso caratterizzazione del repertorio di miRNA della testuggine Chrysemys picta e successivo confronto con i repertori di Python bivittatus, Alligator mississippiensis e Columba livia, hanno dimostrato che le tartarughe condividono numerosi miRNA bona fide (che soddisfano, cioè, i criteri di annotazione precedentemente citati) con gli acrosauri che non sono presenti o espressi nei lepidosauri, nei mammiferi o in altri metazoi. Inoltre l'analisi bayesiana di 238 sequenze di miRNA supportano più la relazione tartarughe/arcosauri che non l'affinità tartarughe/lepidosauri.[43]

Il primo membro della linea delle tartarughe dotato di un guscio completo è il Proganochelys, originario del tardo Triassico. Questo genere già possedeva molti tratti tipici delle tartarughe attuali, anche se non era in grado di ritrarre la testa e presentava una lunga coda dotata di spine e clavata.

Classificazione delle tartarughe e loro filogenesi interna

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Le tartarughe vengono suddivise in due sottordini esistenti: Cryptodira e Pleurodira. I criptodiri sono il gruppo più numeroso e includono le tartarughe marine, le tartarughe terrestri e la gran parte delle tartarughe d'acqua dolce. Tutti i pleurodiri viventi sono tartarughe d'acqua dolce.

Sottordine Cryptodira

Sottordine Pleurodira

Sottordine † Paracryptodira

  • Famiglia † Baenidae Cope, 1882
  • Incertae sedis
    • Angolachelys
    • Berruchelus
    • Borealochelys
    • Camerochelys
    • Chelycarapookus
    • Compsemys
    • Eurysternum
    • Hongkongochelys
    • Hoyasemys
    • Liaochelys
    • Manchurochelys
    • Salasemys
    • Sandownia
    • Sinemys
    • Solemydidae
    • Uluops
    • Wuguia
    • Xinjiangchelyidae

Sottordine † Proganochelydia

  • Famiglia † Proganochelyidae Baur, 1887
  • Famiglia † Proterochersidae Nopcsa, 1928

Cladogramma ricavato dal lavoro di Thomson e Shaffer (2010)[44] e Guillon et al. (2012)[45].

Pleurodira
Pelomedusoides
Pelomedusidae

Pelusios

Pelomedusa

Podocnemididae

Erymnochelys

Peltocephalus

Podocnemis

Cheloides: Chelidae
Chelodininae

Pseudemydura

Chelodina

Elusor

Flaviemys

Rheodytes

Elseya

Emydura

Myuchelys

Hydromedusinae

Hydromedusa

Chelinae

?Rhinemys

Chelus

Mesoclemmys

Phrynops

Platemys

Acanthochelys

Cryptodira
Trionychia
Carettochelyidae

Carettochelys

Trionychidae
Cyclanorbinae

Lissemys

Cyclanorbis

Cycloderma

Trionychinae
Trionychini

Trionyx

Pelochelys

Chitra

Rafetus

Apalone

Pelodiscini

Pelodiscus

Palea

Dogania

Amyda

Nilssonia

Durocryptodira
Americhelydia
Chelydroidea
Chelydridae

Macroclemys

Chelydra

Dermatemydidae

Dermatemys

Kinosternidae
Staurotypinae

Claudius

Staurotypus

Kinosterninae

Sternotherus

Kinosternon

Chelonioidea
Dermochelyidae

Dermochelys

Cheloniidae

Natator

Chelonia

Eretmochelys

Caretta

Lepidochelys

Testudinoidea
Emysternia
Platysternidae

Platysternon

Emydidae
Emydinae

?Actinemys

Glyptemys

Emys [incl. Emydoidea]

Clemmys

Terrapene

Deirochelyinae

Deirochelys

Chrysemys

Pseudemys

Trachemys

Malaclemys

Graptemys

Testuguria
Testudinidae
Gopherinae

Manouria

Gopherus

Testudininae
Testudinini

Malacochersus

Indotestudo

Testudo

Pyxidini

Dipsochelys

Astrochelys

Pyxis

Chersina

Homopus

Psammobates

Geochelonini

Chelonoidis

Kinixys

Geochelone

Geoemydidae
Rhinoclemmyinae

Rhinoclemmys

Geoemydinae

Geoemyda

Siebenrockiella [incl. Panayanemys]

Malayemys

Orlitia

Geoclemys

Morenia

Kachuga [incl. Pangshura]

Hardella

Batagur [incl. Callagur]

Vijayachelys

Melanochelys

Mauremys [incl. Annamemys; Cathaiemys; Emmenia; Chinemys]

Cuora [incl. Cistoclemmys]

Leucocephalon

Sacalia

Heosemys

Notochelys

Cyclemys

Le seguenti liste riportano le famiglie, il loro nome latino, la data in cui tali specie sono state formalmente descritte e classificate e il nome binomiale di ciascuna specie; il numero di generi relativi ad ogni famiglia; il nome volgare; un esempio di specie e un'immagine di esempio.

Cryptodira – 11 famiglie, 74 generi con un totale di 200 specie
Famiglia[46]Genere[47]Nome comuneSpecie d'esempioImmagine d'esempio
Carettochelyidae
Boulenger, 1887
1Testuggine naso di porcelloCarettochelys insculpta
Cheloniidae
Oppel, 1811
5Tartaruga di mareChelonia mydas
Chelydridae
Gray, 1831
2Testuggine alligatoreMacrochelys temminckii
Dermatemydidae
Gray, 1870
1Dermatemide di fiumeDermatemys mawii
Dermochelyidae
Fitzinger, 1843
1Tartaruga liutoDermochelys coriacea
Emydidae
Rafinesque, 1815
12Testuggine d'acqua dolceTrachemys scripta elegans
Geoemydidae
Theobald, 1868
24Testuggine scatola asiaticaCuora amboinensisCuora amboinensis kamaroma j.jpg
Kinosternidae
Agassiz, 1857
4Testuggine di muschio e di fangoSternotherus odoratus
Platysternidae
Gray, 1869
1Testuggine dalla testa grandePlatysternon megacephalum
Testudinidae
Batsch, 1788
12TestudinideGeochelone gigantea
Trionychidae
Fitzinger, 1826
14Testuggine dal guscio molleApalone spinifera
Pleurodira – 3 famiglie, 16 generi su un totale di 60 specie
FamigliaGenereNome comuneSpecie d'esempioImmagine d'esempio
Chelidae
Gray, 1831
15Testuggine collo di serpente Austro-americanaChelodina longicollis
Pelomedusidae
Cope, 1868
2Testuggine collo di serpente Afro-americanaPelomedusa subrufa
Podocnemididae
Gray, 1869
3Testuggine dal collo laterale del MadagascarErymnochelys madagascariensis

Alcune specie

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La testuggine dello Yangtze, una delle specie dette dal guscio molle, dopo la morte nel 2019 dell'unico esemplare femmina noto in cattività, è ridotta a soli 3 esemplari viventi noti, di cui un maschio in cattività e 2 in libertà dal genere non accertato, il che lascia poche speranze per la salvaguardia della specie dall'estinzione.

Mitologia e religione

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Nel Kūrma Purāṇa, un mito cosmogonico (purāṇa, storia antica), la tartaruga (kūrma) rappresenta il mondo: il cielo è la sua corazza ricurva, il corpo la terra. Creata dal demiurgo Prajapati, divenne poi un avatar di Visnù.

Nell'antica simbologia cristiana la tartaruga era simbolo del Male, poiché il termine veniva fatto derivare da Tartaro, il mondo infero dei pagani.[48] Tale simbologia è presente ad esempio sui mosaici paleocristiani della Basilica di Santa Maria Assunta ad Aquileia dove la lotta tra il gallo e la tartaruga rappresenta la lotta tra la Luce, cioè Cristo (il gallo) e le Tenebre (la tartaruga).[49]

  1. Turtle Taxonomy Working Group, Turtles of the World: Annotated Checklist and Atlas of Taxonomy, Synonymy, Distribution, and Conservation Status (PDF), Chelonian Research Monographs, vol. 7, n. 1, 8th, Chelonian Research Foundation: Turtle Conservancy, 2017, pp. 10, 24, DOI:10.3854/crm.7.checklist.atlas.v8.2017. URL consultato il 20 Gennaio 2018 (archiviato il 25 febbraio 2021).
  2. Sterli, J; Martínez, R. N.; Cerda, I. A.; Apaldetti, C., Appearances can be deceptive: bizarre shell microanatomy and histology in a new Triassic turtle (Testudinata) from Argentina at the dawn of turtles, in Papers in Palaeontology, vol. 7, n. 2, 2020, pp. 1097–1132, DOI:10.1002/spp2.1334.
  3. Chelònî, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  4. Tartaruga, in Grande Dizionario di Italiano, Garzanti Linguistica. URL consultato il 29 agosto 2024.
    «nome comune dei rettili, acquatici e terrestri, appartenenti all'ordine dei Cheloni»
  5. Testuggine, in Grande Dizionario di Italiano, Garzanti Linguistica. URL consultato il 2 agosto 2026.
    «tartaruga»
  6. Tartaruga, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
    «Termine con cui si indicano spesso genericamente i rettili dell'ordine dei chelonî, ma che più propriamente dovrebbe essere limitato alle specie marine (mentre per le terrestri è più appropriato il nome di testuggine)»
  7. Testuggine, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
    «Nome dato in zoologia alla tartaruga di terra e d'acqua dolce (v. tartaruga), e nell'uso com. anche alle tartarughe marine.»
  8. Renato Ferracciù e Edoardo Zavattari, Tartarughe, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937.
    «Le tartarughe sono marine; le testuggini, invece, sono terragnole e d'acqua dolce.»
  9. 1 2 (EN) Turtle Taxonomy Working Group, Turtles of the World: Annotated Checklist and Atlas of Taxonomy, Synonymy, Distribution, and Conservation Status (PDF), in Rhodin, A.G.J., Iverson, J.B., van Dijk, P.P., Stanford, C.B., Goode, E.V., Buhlmann, K.A., e Mittermeier, R.A. (a cura di), Chelonian Research Monographs, Conservation Biology of Freshwater Turtles and Tortoises, n. 10, 10ª ed., 2025.
  10. (EN) Leatherback Sea Turtle, su SWOT – The State of the World's Sea Turtles. URL consultato il 3 agosto 2026.
    «The largest of the seven sea turtle species, leatherbacks reach more than 1.8 m (6 ft) in length and more than 640 kg (1,410 lbs) in weight.»
  11. (EN) Largest turtle/chelonian, su Guinness World Records.
  12. (EN) Largest tortoise (specimen), su Guinness World Records.
  13. (EN) Largest freshwater turtle (living), su Guinness World Records.
  14. 1 2 3 4 5 Renato Ferracciù e Edoardo Zavattari, Tartarughe, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937. URL consultato il 2 agosto 2026.
  15. 1 2 (EN) Rainer Zangler, 6. The Turtle Shell, in Carl Gans, Angus d'A. Bellairs e Thomas S. Parsons (a cura di), Biology of the Reptilia, vol. 1, Londra/New York, Academic Press, 1969, pp. 311-339.
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  19. (EN) Massimo Delfino, Torsten M. Scheyer, Uwe Fritz e Marcelo R. Sánchez-Villagra, An integrative approach to examining a homology question: shell structures in soft-shell turtles, in Biological Journal of the Linnean Society, vol. 99, n. 2, febbraio 2010, pp. 462-476, DOI:10.1111/j.1095-8312.2009.01356.x.
    «the general absence of peripheral, pygal, and suprapygal bones is remarkable»
  20. (EN) Scott Thomson e Arthur Georges, Neural bones in Australian Chelid turtles (PDF), in John Behler, Peter Pritchard e Anders Rhodin (a cura di), Chelonian Conservation and Biology, vol. 2, n. 1, Chelonian Research Foundation, febbraio 1996, pp. 82-86.
  21. (EN) Peter Pritchard, Occurrence of Mesoplastra in a Cryptodiran Turtle, Lepidochelys olivacea, in Nature, vol. 210, n. 652, 7 maggio 1966, DOI:10.1038/210652a0.
    «Mesoplastral bones, a characteristic feature of most amphichelid turtles, are to-day restricted to members of the Pleurodiran family Pelomedusidae. Of the three genera of this family, two (Podocnemis and Pelomedusa) have the mesoplastra reduced to small, widely spaced bones separating the hyoplastra and hypoplastra at the outer part of their common suture. Only in Pelusios are they retained in their pristine contiguous condition»
    [N.d.R., attualmente il genere Podocnemis è stato spostato nella famiglia Podocnemididae che, insieme a Pelomedusidae, forma la superfamiglia Pelomedusoidea]
  22. 1 2 (EN) Ritva Rice, Aki Kallonen, Judith Cebra-Thomas e Scott F. Gilbert, Development of the turtle plastron, the order-defining skeletal structure, Proceedings of the National Academy of Sciences, vol. 113, n. 19, 25 aprile 2016, pp. 5317-5322, DOI:10.1073/pnas.1600958113.
  23. (EN) Peter Pritchard, The leatherback or leathery turtle: Dermochelys coriacea, in IUCN monographs, n. 1, Morges, IUCN Species Survival Commission (SSC), Marine Turtle Specialist Group, 1971, IUCN-Mono-no.001.
    «Since there are no pleural bones, the ribs are free of rigid bony connections, but, being buried in the carthilage layer, they have practically no free movement.»
  24. (EN) Peter Pritchard, The leatherback or leathery turtle: Dermochelys coriacea, in IUCN monographs, n. 1, Morges, IUCN Species Survival Commission (SSC), Marine Turtle Specialist Group, 1971, IUCN-Mono-no.001.
    «Anatomically, the leatherback is so strikingly divergent that it is sometimes placed in a sub-order separate from all other turtles (the Athecae).»
  25. Enrica Calabresi, Atechi, in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1930. URL consultato il 19 agosto 2026.
    «Gli Atechi, in contrapposto a tutte le altre testuggini viventi che costituiscono il sottordine dei Tecofori, hanno le vertebre e le costole libere e indipendenti dal dermascheletro.»
  26. (EN) Carl H. Ernst e Roger W. Barbour, Turtles of the World, Washington, Smithsonian Institution Press, 17 giugno 1989, p. 117.
  27. Epitèca, in Treccani.it – Vocabolario Treccani on line, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
    «Il complesso di piccole ossa disposte in serie longitudinali nell’epidermide dorsale dei chelonî privi di carapace.»
  28. 1 2 (EN) Karen Eckert, Bryan Wallace, John Frazier, Scott Eckert e Peter Pritchard, Synopsis of the Biological Data on the Leatherback Sea Turtle (Dermochelys coriacea), in Biological Technical Publications, BTP-R4015-2012, Washington, D.C., U.S. Department of Interior, Fish and Wildlife Service.
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  • Jenni Bruce, Karen McGhee, Luba Vangelova, Richard Vogt, L'enciclopedia degli animali, Areagroup Media, Milano, 2005.

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