Heba
| Heba | |
|---|---|
| Nome originale | Heba (latino) Ἥβα (greco) |
| Cronologia | |
| Fondazione | II secolo a.C. o età post-sillana (cronologia controversa) |
| Amministrazione | |
| Territorio controllato | media valle dell'Albegna |
| Territorio e popolazione | |
| Lingua | latino |
| Localizzazione | |
| Stato attuale | |
| Località | Magliano in Toscana, località Le Sassaie |
| Coordinate | 42°35′09.6″N 11°18′28.8″E |
| Cartografia | |
Heba (in greco antico Ἥβα) fu una colonia romana dell'Etruria, situata in località Le Sassaie, nel territorio dell'odierno comune di Magliano in Toscana, in provincia di Grosseto.
Il nome del centro è assicurato da un cippo di travertino con dedica al Genio della colonia, rinvenuto presso l'antico convento di Santa Maria in Borraccia, che pose fine a una lunga controversia sull'ubicazione del sito.[1] L'identificazione topografica dell'abitato è stata tuttavia raggiunta soltanto con il saggio di scavo condotto nel 2004 dalla Soprintendenza archeologica della Toscana, mentre le ricerche più recenti collocano la deduzione coloniale in età post-sillana.[2] Dal territorio della colonia proviene la Tabula hebana, il documento epigrafico che ha reso noto il nome di Heba anche fuori dagli studi locali.
Le fonti antiche e il nome
[modifica | modifica wikitesto]Heba compare nella Geografia di Claudio Tolomeo, che la elenca fra i centri interni dell'Etruria (τῶν Τούσκων μεσόγεοι) assegnandole delle coordinate, in una sequenza che comprende anche Vulci, Sovana e Saturnia.[3][N 1] La tradizione manoscritta del passo non è univoca: nella maggior parte dei codici tolemaici si legge Ἤβα, mentre la forma Ἥβα ricorre nei soli Parigini 1403 e 1404 e nel Vaticano Palatino 314. Antonio Minto ritenne preferibile quest'ultima lezione perché coerente con il testo dell'iscrizione del cippo.[4]
Più problematico è il rapporto con Plinio il Vecchio, che nella rassegna degli oppida etruschi della Naturalis historia registra la forma Herbanum, collocata fra Hortanum e Nepet.[5] L'identificazione con Heba si deve allo stesso Minto, che nel 1935 propose di sostituire Hebanum a Herbanum ipotizzando un errore di trascrizione indotto dall'Hortanum immediatamente precedente.[4] La congettura è stata generalmente accolta dalla letteratura successiva.[6][7]
Il nome etrusco del centro non è attestato. La condizione non è peculiare di Heba: secondo Mauro Cristofani il popolamento arcaico della valle dell'Albegna si organizza attorno a nuclei di medie dimensioni che sembrano corrispondere a distinti oppida, i cui nomi restano ignoti pur sulla scorta dell'elenco pliniano.[8] Camporeale osserva analogamente che i tentativi di identificare Caletra, centro ammesso sulla base della menzione di un agro caletrano nelle fonti latine, con Marsiliana d'Albegna o con Ghiaccio Forte sono destinati a restare pure ipotesi, e che la stessa mancanza di elementi probanti caratterizza le proposte di identificazione di Kalousion con gli insediamenti etruschi di Orbetello o di Doganella.[9]
Minto osservò che il nome di Heba scompare in età tardoromana o nell'alto medioevo, sostituito da quello di Magliano.[10]
La storia dell'identificazione
[modifica | modifica wikitesto]Le testimonianze erudite
[modifica | modifica wikitesto]La prima documentazione moderna sulle antichità del territorio risale al Settecento. Nel 1776 il canonico Jacopo Boldrini riferì sulle Novelle Letterarie del ritrovamento avvenuto due anni prima ai Poggi Alti, fra Pereta e la tenuta della Marsiliana, in luogo detto il Vecciaio: sei sarcofagi di macigno contenenti ossa cremate, un tratto di una grossa conduttura di piombo e tre iscrizioni latine, corrispondenti a CIL, XI, 2644-2646, subito reimpiegate come parti di una greppia per il bestiame.[11]
Pochi anni dopo Giorgio Santi descrisse la collina della Tombara, presso Colle di Lupo, dove vide sparsi blocchi di travertino riquadrati, un rocchio di colonna scanalata e alcune iscrizioni incastrate nei muri di una casa rurale, e vi collocò approssimativamente il centro romano.[12] Giulio Ciampoltrini e Paola Rendini hanno però osservato che i resti della Tombara restituiscono piuttosto l'immagine di una grande villa rustica, confrontabile con quella esplorata all'Aia Nuova, e non quella di un centro urbano.[13]
Fino ai primi decenni del Novecento l'ubicazione di Heba rimase dibattuta, e vi si cimentarono fra gli altri Philipp Clüver, George Dennis, Luigi Canina, Angiolo Pasqui, Richard Kiepert e Arturo Solari.[4]
Dal cippo allo scavo del 2004
[modifica | modifica wikitesto]La scoperta, presso Santa Maria in Borraccia, del cippo di travertino con l'iscrizione dedicatoria al Genio della colonia di Heba diede al problema una base documentaria sicura.[1] Ne seguì una stagione di ricerche condotte da Minto, con saggi di scavo nella primavera e nell'autunno del 1934 e con l'edizione dei materiali emersi alle Sassaie,[14] culminata nel 1947 nel rinvenimento della Tabula hebana. Alle Sassaie tornò poi Guglielmo Maetzke a metà degli anni Cinquanta.[15]
Fra gli anni Settanta e Ottanta il territorio fu oggetto del progetto di ricognizioni promosso da Andrea Carandini come sviluppo dello scavo della villa di Settefinestre, nel quale per la prima volta l'esame delle foto aeree integrò le altre fonti disponibili; le campagne si concentrarono sull'area a nord della sponda destra dell'Albegna, dove si ipotizzava la collocazione della città, senza però giungere a risultati definitivi.[2]
Un nuovo programma di indagini, il Progetto Heba, fu avviato fra il 2003 e il 2006 sulla base di un'intesa fra la Soprintendenza e il Comune di Magliano in Toscana, anche per le esigenze di tutela poste dal previsto attraversamento dell'area da parte di una nuova infrastruttura autostradale; le ricognizioni furono coordinate da Marco Firmati con la collaborazione di un gruppo di volontari.[2] Sulla scorta dei materiali raccolti in superficie nel 2003 e del riesame della documentazione d'archivio, nel 2004 fu aperto alle Sassaie il saggio che ha permesso di fissare la posizione del centro coloniale.[2]
L'insediamento etrusco e le necropoli
[modifica | modifica wikitesto]L'esistenza di un insediamento etrusco anteriore alla colonia è desunta soprattutto dalle necropoli, che si distribuiscono attorno alle località di Santa Maria in Borraccia, San Bruzio, Banditella e Le Sassaie.[7] Il territorio apparteneva all'area periferica dell'agro vulcente e costituiva la naturale via di penetrazione dal mare verso i distretti dell'Etruria interna e la valle del Tevere, oltre che una zona di rilievo economico per la produzione e l'esportazione del vino.[16]
Nel territorio comunale di Magliano, a cinque o sei chilometri in direzione nord da Marsiliana e sulla destra dell'Albegna, sono stati riconosciuti diversi nuclei di tombe a camera, in località Poggio Volpaio, Le Mollaie, Le Ficaie, Santa Maria in Borraccia, Pisciolo, Piantatina e Poggio Bacchino. Si tratta di tombe scavate nella roccia tufacea, a camera unica di pianta quadrangolare o trapezoidale, di norma divisa in due da un pilastro centrale o da un tramezzo perpendicolare alla parete di fondo. Le prime esplorazioni furono condotte dal principe Tommaso Corsini nell'ultimo decennio del XIX secolo, mentre altri interventi si devono alla Soprintendenza archeologica della Toscana negli anni trenta e cinquanta del Novecento.[17]
Il complesso funerario meglio noto è la necropoli di Cancellone 1, individuata nel 1983 a sud dell'abitato moderno di Magliano, lungo la via di collegamento al guado dell'Albegna corrispondente all'odierna strada provinciale di Sant'Andrea, e scavata integralmente dalla Soprintendenza in tre campagne fra il 1983 e il 1986, con un'appendice nel 1988. Si tratta di dodici tombe a camera ipogea tagliate nel calcare lacustre lungo il pendio orientale di una collina, datate alla prima metà del VI secolo a.C. sulla base della tipologia architettonica e dei corredi. Alcune riproducono nella roccia elementi del mobilio reale: nella tomba 10, in particolare, la camera imita un cubiculum, con il letto delimitato da una fascia rilevata e con due elementi a doppio gradino ai lati del tramezzo divisorio. La pianta con tramezzo centrale trova confronti nell'Etruria interna e meridionale, in area chiusina in particolare.[18]
Fra V e IV secolo a.C. la zona di Santa Maria in Borraccia vide la formazione di un centro santuariale, indiziato dal piombo di Magliano e da un bronzetto erratico.[19] Nello stesso torno di tempo la valle fu interessata dalla costruzione di un sistema difensivo, articolato fra Talamone sul mare, Doganella all'interno, Ghiaccio Forte sul guado dell'Albegna e, in via ipotetica, Saturnia, realizzato fra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. sotto la spinta del conflitto con Roma.[20]
La colonia romana
[modifica | modifica wikitesto]La deduzione
[modifica | modifica wikitesto]Dopo la sconfitta di Vulci nel 280 a.C. il territorio requisito fu oggetto di due deduzioni con finalità diverse: la colonia latina di Cosa nel 273 a.C., in funzione antipunica, e la colonia romana di Saturnia nel 183 a.C., a fine di ripopolamento.[2][21] L'area della futura Heba veniva così a segnare il confine fra i territori delle due nuove fondazioni.[2]
La cronologia della deduzione coloniale è controversa. La manualistica colloca la fondazione nel II secolo a.C., come esito finale della riorganizzazione romana della campagna vulcente: Vincent Jolivet la assegna alla fase di colonizzazione compresa fra il 183 e il 177 a.C., insieme a Saturnia, Gravisca, Lucca e Luni,[22] mentre Giovannangelo Camporeale propone gli anni fra il 167 e il 157 a.C., inquadrandola in un programma di ripopolamento di una regione che dopo la guerra vulcente e la guerra annibalica aveva subito un notevole calo demografico.[23] Arnaldo Marcone osserva che la data non è determinabile con sicurezza e che l'ipotesi della metà del II secolo a.C. resta ragionevole ma non verificabile, poiché la caduta del testo di Livio per gli anni 167-133 a.C. priva di informazioni attendibili sulle colonizzazioni di quel periodo.[24]
Le indagini condotte nel territorio a partire dagli anni Novanta hanno invece portato a collocare la deduzione in età post-sillana, come parte della riorganizzazione che ridefinisce l'intero assetto della valle dell'Albegna: una fondazione urbana a Heba avrebbe completato, insieme alla rinnovata Saturnia, la catena di controllo che le colonie sillane dell'Etruria centro-settentrionale, Fiesole, Arezzo e Chiusi, stringevano su un territorio tradizionalmente legato al partito mariano.[19][2]
A sostegno di questa collocazione è stata addotta l'evidenza di una cisterna a Santa Maria in Borraccia, subito a settentrione delle Sassaie: tagliata nella roccia, rivestita di cocciopesto, di pianta rettangolare di 11,30 per 3,60 metri e conservata fino a circa tre metri di profondità, era connessa a una fattoria di tono elevato non ancora identificata. La ceramica a vernice nera e le lucerne datano l'abbandono ai primi decenni del I secolo a.C., mentre gli abbondanti residui di incendio indicano che esso fu dovuto a un evento drammatico, collegabile alle campagne che nella seconda metà degli anni Ottanta del I secolo a.C. devastarono la valle dell'Albegna, culminando nella distruzione di Telamon.[25] Anche il saggio del 2004 ha documentato, all'angolo meridionale dell'edificio pubblico indagato, strutture di età repubblicana con il medesimo orientamento, i cui materiali confermerebbero la datazione tardo-repubblicana della deduzione.[2]
Il territorio
[modifica | modifica wikitesto]Il territorio tradizionalmente assegnato alla colonia risulta chiuso a sud-ovest da una fascia costiera fra l'Albegna e Talamone ascritta a Cosa, a nord-ovest dall'agro rosellano, il cui limite sembra posto sulla linea di crinale fra Ombrone e Albegna, e a sud-est dal corso dell'Albegna, ancora confine con Cosa. Il limite nord-orientale, verso l'agro di Saturnia, resta di ardua definizione anche per la probabile comune appartenenza delle due città alla tribus Sabatina, benché l'indicatore archeologico induca a cercarlo sostanzialmente in coerenza con l'attuale confine fra i comuni di Magliano in Toscana e di Scansano.[26]
Le ricognizioni di superficie condotte nel territorio di Vulci hanno individuato lotti centuriati attorno alle colonie di Cosa e di Heba,[27] e Heba figura, insieme a Saturnia, Settefinestre, Firenze e Lucca, fra i pochi casi dell'Etruria in cui è stato possibile dimostrare una centuriazione paragonabile a quella attestata nel resto della penisola.[22]
Le ricognizioni condotte nella valle hanno delineato per l'ager Hebanus un assetto insediativo distinto da quello dei comprensori vicini. Fra la seconda metà del II secolo a.C. e la prima metà del I d.C. vi si riconoscono case rurali e ville periferiche, queste ultime pari alla metà delle case, dotate di fondi contenuti entro i 125 ettari complessivi; le due categorie non risultano separate in zone diverse della centuriazione, come nel Saturniese, ma mescolate, mentre mancano del tutto i villaggi, circostanza che attribuisce alla città un ruolo di riferimento. Fra la seconda metà del I secolo d.C. e il II l'assetto si potenzia inizialmente, poi il numero delle case rurali crolla e quello delle ville cala di circa un quinto, con corrispondente ampliamento dei fondi; nel V e VI secolo le case rurali scompaiono e le ville superstiti sono circa un terzo del massimo raggiunto in precedenza.[28][N 2] Nel territorio sono saldamente attestati i Domitii Ahenobarbi.[29][28]
La vita pubblica e le istituzioni
[modifica | modifica wikitesto]L'attività edilizia promossa dalla classe dirigente cittadina nei decenni centrali del I secolo a.C. è documentata da un gruppo di iscrizioni che ricordano opere pubbliche realizzate dai duoviri con l'intervento dei decurioni.[30] In età augustea e al più tardi tiberiana l'impegno passa in larga parte ai liberti che ricoprono il sevirato: i seviri Augustales Lucio Fidicolanio Pelope, Lucio Statilio Peto e Marco Giunio Rufione posero a proprie spese un'opera, che è stata ipoteticamente identificata in un acquedotto o in un suo tratto, dato che il resoconto settecentesco del ritrovamento menziona anche una conduttura di piombo.[11]
Nel II secolo d.C. l'iniziativa edilizia sembra passare all'evergetismo imperiale, con il restauro di un edificio pubblico vetustate conruptum.[31] Nel secolo successivo l'intervento pubblico si manifesta soprattutto con il distaccamento di pretoriani come stationarii a Heba.[32]
Le strutture e l'area pubblica
[modifica | modifica wikitesto]Il saggio del 2004 interessò un appezzamento pianeggiante compreso fra i torrenti Buccerino e Pelagone, lungo la strada comunale di Sant'Andrea in direzione dell'Albegna, per un'estensione di poco superiore ai duemila metri quadrati. Vi furono individuate murature in opera reticolata con ricorsi in laterizio, pertinenti a un edificio monumentale: per le dimensioni, con un muro lungo circa trenta metri e spesso 1,20 metri, e per l'articolazione della pianta, le strutture sono attribuibili a un edificio pubblico, mentre la tecnica costruttiva rimanda agli inizi del II secolo d.C.[2]
Per l'interpretazione dei resti murari si è rivelato decisivo l'apporto delle fotografie aeree oblique dell'archivio del Laboratorio di Archeologia dei Paesaggi e Telerilevamento dell'Università di Siena, scattate fra il 2003 e il 2004, nelle quali i crop marks restituiscono un edificio con planimetria corrispondente al settore parzialmente esplorato. Le stesse riprese mostrano altri complessi monumentali disposti attorno a una grande area scoperta, interpretabile come il centro delle attività principali della colonia.[2]
Secondo Marcone la via Clodia, costruita fra la via Cassia e la via Aurelia in una data prossima a quella della fondazione di Saturnia, costituisce a Heba il decumano principale della colonia.[33]
Sulla base delle riprese aeree e delle ricognizioni di superficie, la colonia non sembra avere conosciuto una vera e propria urbanizzazione, prevalendo in essa la funzione di centro catalizzatore e di coordinamento delle attività di un territorio i cui abitanti erano disseminati in ville e vici fra la fine della repubblica e la prima età imperiale, l'epoca di massimo sviluppo agricolo della zona per la produzione del vino.[2] Una precedente proposta di aerofotorestituzione dell'impianto urbano è stata dichiarata superata dalle indagini successive.[2]
Le risorse e il territorio
[modifica | modifica wikitesto]Il territorio della colonia offriva materiali da costruzione di buona qualità. Il calcare, localmente e impropriamente detto "tufo", si cavava in località Ai Grottini, poco distante da Santa Maria in Borraccia: tenero all'estrazione e agevole da lavorare, indurisce all'aria. Le formazioni travertinose dei dintorni di Magliano fornivano un travertino compatto e a grana fine, adatto sia alle costruzioni sia agli usi ornamentali, estratto in età moderna da Poggio Banditella e Poggio Cappone e, in precedenza, da Poggio al Serpe. In travertino sono lavorati sia il cippo dedicatorio al Genio della colonia sia un architrave con iscrizione frammentaria proveniente dalle Sassaie, mentre di macigno sono i cassoni funerari anepigrafi e alcuni titoli votivi dai Poggi Alti presso Colle di Lupo.[34]
Determinanti per l'economia locale furono il corso dell'Albegna, allora navigabile, la vocazione agricola della valle e in particolare la viticoltura, e il sistema delle infrastrutture viarie, in parte ancora conservato, con percorsi verso l'interno lungo il fiume e in corrispondenza dei suoi guadi.[2] In età imperiale la fascia costiera dell'Etruria centrale fu interessata dalla fondazione o dalla ristrutturazione di una serie di ville-porto, e il recupero di un ruolo urbano per Heba è stato messo in relazione con la vitalità di quella rete.[32]
I documenti epigrafici
[modifica | modifica wikitesto]Il cippo del Genio della colonia
[modifica | modifica wikitesto]Il cippo rettangolare di travertino con la dedica Genio Coloniae Hebae, rinvenuto presso Santa Maria in Borraccia, è il documento che ha dato il nome al sito.[1] Al medesimo orizzonte di dediche di modesto impegno appartiene una dedica alla Spes Augusta.[29]
La Tabula hebana
[modifica | modifica wikitesto]Rinvenuta nel 1947 in località Le Sassaie e conservata al Museo archeologico e d'arte della Maremma di Grosseto, la Tabula hebana è una tavola bronzea del 20 d.C. che reca disposizioni per gli onori postumi a Germanico e informa sugli sviluppi della destinatio magistratuum disciplinata dalla lex Valeria Cornelia del 5 d.C.
L'iscrizione monumentale delle Sassaie
[modifica | modifica wikitesto]Di un'iscrizione monumentale in marmo bianco Minto pubblicò quattro frammenti emersi alle Sassaie nel 1933, apparentemente dispersi durante la seconda guerra mondiale; altri blocchi furono recuperati nel 1987 nel corso delle ricognizioni. Il testo conserva parte della titolatura imperiale e il riferimento a un edificio vetustate conruptum. La menzione della tribunicia potestas esclude l'integrazione proposta a suo tempo da Minto; restano in campo Adriano e Antonino Pio, con uno sviluppo del testo stimato rispettivamente in 20-25 e in 30-35 metri, che presuppone una collocazione su un epistilio all'interno di un'aula rettangolare di circa dieci metri per sette o otto, forse una basilica. Ciampoltrini e Rendini propendono per l'attribuzione ad Antonino Pio, sia per la campagna di rinnovamento degli edifici pubblici italiani promossa da quell'imperatore, sia per la notizia della Historia Augusta sulla riservatezza di Adriano nell'apporre il proprio nome alle opere.[31]
L'iscrizione tardorepubblicana del 1999
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1999 lavori agricoli alle Sassaie hanno restituito un blocco calcareo, alto 107 centimetri, che conserva la parte destra di un testo di sviluppo considerevole. Le sequenze superstiti indicano un'opera pubblica realizzata da duoviri con l'intervento dei decurioni e da essi stessi collaudata. Tratti epigrafici e formulario permettono di collocare l'impresa nei decenni centrali del I secolo a.C.: in particolare l'uso della Q davanti a vocale velare in dequr(ionum), sconosciuto ai testi del II secolo a.C., appare scelta arcaizzante o ipercorrettismo, con un confronto puntuale in un testo di età cesariana dal territorio prenestino.[30]
Il piombo di Magliano
[modifica | modifica wikitesto]Dalla stessa zona di Santa Maria in Borraccia proviene la lamina di piombo lenticolare iscritta in lingua etrusca nota come piombo di Magliano (CIE 5237), conservata al Museo archeologico nazionale di Firenze. Fu rinvenuta il 22 febbraio 1882 appena sotto la superficie di un campo, a circa due chilometri a sud-est di Magliano, presso il fosso Patrignone e a occidente dell'ex chiesa e monastero di Santa Maria in Borraccia, edifici sorti attorno al 1300 e costruiti anche con blocchi di travertino di reimpiego. Misura circa otto centimetri per sette, pesa 190,58 grammi e l'iscrizione è datata attorno al 450 a.C.[35] Per la coincidenza dell'area di ritrovamento con quella del cippo, Olof August Danielsson collocò il testo sotto Heba nel Corpus Inscriptionum Etruscarum, e Minto propose per questo di chiamarlo piombo di Heba.[36] Fra le acquisizioni più recenti sulla lettura del documento vi è l'accoglimento della lezione θanras nella sequenza mlaχ θanras caluse della faccia b, che rende riconoscibili θanr e calus come due teonimi in caso obliquo.[37]
Note
[modifica | modifica wikitesto]Note esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Le formule con cui la letteratura riassume il passo, che collocano ora Heba fra Saturnia e Vulci, ora Saturnia fra Heba e Vulci, si riferiscono alla posizione nell'elenco e non a un'indicazione topografica.
- ↑ Carandini avverte che le percentuali ricavate dalla ricognizione sono in alcuni casi molto indicative, perché basate su molti dati, e in altri assai meno, perché la base documentaria è più ridotta.
Note bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- 1 2 3 Minto 1919
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 Rendini 2017, pp. 128-130
- ↑ Moretti Sgubini 2012, p. 1082
- 1 2 3 Minto 1935, pp. 11-13
- ↑ Plinio, Naturalis historia, III, 52.
- ↑ Eck-Pack 1981
- 1 2 Miller 1998
- ↑ Cristofani 1991, p. 389
- ↑ Camporeale 2015, p. 318
- ↑ Minto 1935, p. 13
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, pp. 296-297
- ↑ Santi 1799, pp. 239-241
- ↑ Ciampoltrini-Rendini 2003, p. 297
- ↑ Minto 1935
- ↑ Maetzke 1955
- ↑ Rendini 2019, p. 103
- ↑ Camporeale 2015, pp. 327-328
- ↑ Rendini-Firmati 2011, pp. 76-79
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, p. 295
- ↑ Rendini-Firmati 2008, p. 373
- ↑ Donati 2010, pp. 410-411
- 1 2 Jolivet 2013, p. 156
- ↑ Camporeale 2015, p. 329
- ↑ Marcone 2017, p. 673
- ↑ Ciampoltrini-Rendini 2003, pp. 293-295
- ↑ Ciampoltrini-Rendini 2003, p. 288
- ↑ Ceccarelli 2016, p. 31
- 1 2 Carandini 1994, pp. 169-172
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, p. 298
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, pp. 291-293
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, pp. 298-301
- 1 2 Ciampoltrini-Rendini 2003, p. 301
- ↑ Marcone 2017, p. 674
- ↑ Busatti 1943, pp. 424-426
- ↑ van der Meer 2013, p. 323
- ↑ Minto 1935, p. 11
- ↑ Morandi 2018, pp. 328-329
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]- Andrea Carandini, I paesaggi agrari dell'Italia romana visti a partire dall'Etruria, in L'Italie d'Auguste à Dioclétien. Actes du colloque international de Rome (25-28 mars 1992), Roma, École française de Rome, 1994, pp. 167-174.
- Andrea Carandini (a cura di), La romanizzazione dell'Etruria: il territorio di Vulci, Milano, Electa, 1985.
- B. Busatti, Di alcune coltivazioni minerarie nel territorio dell'antica Heba (Magliano in Toscana), in Studi Etruschi, XVII, 1943, pp. 423-432.
- Giovannangelo Camporeale, Gli Etruschi. Storia e civiltà, Torino, UTET, 2015.
- (EN) Letizia Ceccarelli, The Romanization of Etruria, in Sinclair Bell e Alexandra A. Carpino (a cura di), A Companion to the Etruscans, Chichester, Wiley Blackwell, 2016, pp. 28-40.
- Giulio Ciampoltrini e Paola Rendini, Mantissa Hebana, in Epigraphica, LXV, 2003, pp. 288-301.
- Mauro Cristofani, Marsiliana d'Albegna, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 9, Pisa-Roma, Scuola Normale Superiore-École française de Rome, 1991, pp. 388-393.
- Luigi Donati, Saturnia, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 18, Pisa-Roma, Scuola Normale Superiore-École française de Rome, 2010, pp. 410-428.
- (DE) Werner Eck e Edgar Pack, Das römische Heba. Materialien aus der Vorarbeit zu CIL XI Suppl. alterum, in Chiron, vol. 11, 1981, pp. 139-168, DOI:10.34780/19d4-12d1.
- (EN) Elizabeth Fentress, Heba, the XXIX legion, and the Campo della Chiesa tile, in Journal of Roman Archaeology, vol. 4, 1991, pp. 149-154.
- (EN) Vincent Jolivet, A Long Twilight (396-90 BC). Romanization of Etruria, in Jean MacIntosh Turfa (a cura di), The Etruscan World, Londra-New York, Routledge, 2013, pp. 151-179.
- Guglielmo Maetzke, Magliano in Toscana. Ricerche in località "Le Sassaie", in Notizie degli Scavi di Antichità, 1955, pp. 37-41.
- (EN) Arnaldo Marcone, Romanization, in Alessandro Naso (a cura di), Etruscology, Berlino-Boston, De Gruyter, 2017, pp. 665-684.
- Maurizio Michelucci, Caletra, Kalousion, Heba. Indagini sugli insediamenti etruschi nella bassa valle dell'Albegna, in Studi di antichità in onore di Guglielmo Maetzke, Roma, Giorgio Bretschneider, 1984, pp. 377-392.
- (DE) Martin Miller, Heba (Magliano), in Der Neue Pauly, Stoccarda, Metzler, 1998.
- Antonio Minto, Di un monumento epigrafico che ricorda l'antica città di Heba, scoperto nella località di S. Maria in Borraccia, in comune di Magliano (Grosseto), in Notizie degli Scavi di Antichità, 1919, pp. 199-204.
- Antonio Minto, Per la topografia di Heba etrusca nel territorio di Magliano in Toscana, in Studi Etruschi, IX, 1935, pp. 11-59.
- Alessandro Morandi, Ager Volcentanus: Heba, in Studi Etruschi, LXXIX, 2018, pp. 328-329.
- Anna Maria Moretti Sgubini, Vulci, in Bibliografia topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle Isole Tirreniche, vol. 21, Pisa-Roma, Scuola Normale Superiore-École française de Rome, 2012, pp. 1082-1154.
- (EN) Philip Perkins, Etruscan Settlement, Society and Material Culture in Central Coastal Etruria, Oxford, Archaeopress, 1999.
- Paola Rendini, Heba. Identificazione di una colonia. L'evidenza di scavo e l'integrazione della fotografia aerea, in Archeologia Aerea. Studi di Aerotopografia Archeologica, XI, Foggia, Claudio Grenzi, 2017, pp. 128-130, ISSN 2035-7540.
- Paola Rendini, La confinazione tra due coloniae Romanae. Saturnia e Heba, in Anselmo Baroni e Elvira Migliario (a cura di), Per totum orbem terrarum est... limitum constitutio. II. Confinazioni d'altura. Atti della seconda giornata di studi in memoria di Emilio Gavezzotti, Trento, 22-23 ottobre 2018, Roma, Edizioni Quasar, 2019, pp. 103-118, ISBN 978-88-5491-003-4.
- Paola Rendini e Marco Firmati (a cura di), Archeologia a Magliano in Toscana. Scavi, scoperte, ricognizioni e progetti, Siena, Nuova Immagine, 2003.
- Paola Rendini e Marco Firmati, Ghiaccio Forte: un oppidum nella valle dell'Albegna, in Orazio Paoletti (a cura di), La città murata in Etruria. Atti del XXV Convegno di Studi Etruschi ed Italici, Chianciano Terme-Sarteano-Chiusi, 2005, Pisa, Fabrizio Serra, 2008, pp. 373-387.
- Paola Rendini e Marco Firmati, La necropoli di Cancellone 1 a Magliano in Toscana, in Marco Firmati, Paola Rendini e Andrea Zifferero (a cura di), La valle del vino etrusco. Archeologia della valle dell'Albegna in età arcaica, Arcidosso, C&P Adver Effigi, 2011, pp. 76-85, ISBN 978-88-6433-118-8.
- Giorgio Santi, Viaggio secondo per le due Provincie Senesi che forma il seguito del viaggio al Montamiata, Pisa, 1799.
- (EN) Lammert Bouke van der Meer, The Lead Plaque of Magliano, in Interpretando l'antico. Scritti di archeologia offerti a Maria Bonghi Jovino, Milano, Cisalpino, 2013, pp. 323 e ss..
Voci correlate
[modifica | modifica wikitesto]Altri progetti
[modifica | modifica wikitesto]
