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Andrea Cappellano

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"andre aule regie cappellani" ("(di) Andrea, cappellano della corte del re"), ovvero il nome di Andrea Cappellano come figura nel ms. Wien, Österreichische Nationalbibliothek, 5363.

Andrea Cappellano (lat.: Andreas Capellanus, citato, a volte, in traduzione francese del nome, come André le Chapelain; in passato indicato erroneamente anche come Andrea di Francia o Andrea di Parigi; circa metà del XII secolo – primo ventennio del XIII secolo) è stato uno scrittore e religioso francese.

È ricordato come autore del trattato latino in tre libri noto con il titolo De Amore, che codifica i principi, le pratiche e le dinamiche sociali dell’amore cortese, culminando però con un ripudio e condanna dell’amore nella sezione finale. Si tratta di un'opera capitale - secondo un’impostazione tradizionale fondata nel 1941 da John Jay Parry[1] e oggi fortemente discussa - per la sistematizzazione teorica degli ideali dell’amore cortese così come elaborati e praticati nelle corti comitali della Francia medievale nel corso del XII secolo, sviluppando le poco precedenti riflessioni della lirica trovadorica in congiunzione con la tradizione cristiana e classica pagana (in particolare, l’Ars Amatoria di Ovidio). Tale opera esercitò un’enorme influenza culturale e influsso modellizzante, diretti o indiretti, su tutta la successiva lirica amorosa europea medievale, come testimoniato dalla presenza di una notevole tradizione manoscritta in più lingue.

Non si hanno notizie certe sulla sua vita, e la stessa identificazione dell’autore del De Amore è discussa.

Il nome Andreas Cappellanus, infatti, non appartiene al nucleo stabile della tradizione manoscritta, comprendente circa 40 testimoni (interi o parziali)[2]: accanto a esemplari anepigrafi e alcune attribuzioni sicuramente errate - come quelle riferite ad Alanus (Alain de Lille), Pogius (Poggio Bracciolini), Eneas Silvius (Enea Silvio Piccolomini, ovvero papa Pio II) e Albertanus (Albertano da Brescia) -, in una dozzina di manoscritti si osservano attribuzioni a un autore indicato come “Andreas, in 11 di questi accompagnato anche dalla qualifica di “Cappellanus”. Di questi 11, 4 si limitano a questa designazione, mentre altri 7 precisano il termine cappellanus in forme del tipo: “Cappellanus regis/ regius cappellanus” (“cappellano del re/reale”); “Capellanus regis Francie” (“Cappellano del re di Francia”) o “Capellanus Francorum aule regie” (“Cappellano della corte reale di Francia”). Ancora, la maggior parte dei manoscritti riporta il nome Gualterus, il giovane interlocutore interno all’opera e beneficiario principale degli insegnamenti veicolati: il suo nome deve essere stato inserito molto presto nel titolo dell’opera in qualità di destinatario, finendo per essere frainteso sia come titolo vero e proprio che come autore dello stesso.

Interpretazioni recenti, come quella di Peter Dronke[3], hanno messo in dubbio la possibilità stessa di considerare Andrea Cappellano l’autore del trattato, nella convinzione che tale denominazione nasconda un gioco letterario allusivo, precludendo così pressoché ogni tipo di indagine sulla sua figura.

I due Andreas

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A complicare ulteriormente l’identificazione sta la sovrapposizione, per lungo tempo largamente accettata e oggi abbandonata, fra Andrea Cappellano e la figura leggendaria di Andrea di Francia o Andrea di Parigi, protagonista di un omonimo testo perduto anticofrancese (non è chiaro se in forma di poema, novella o romanzo) sicuramente anteriore al 1180, in cui si raccontava dell’amore irrealizzato di Andrea per la regina di Francia e della conseguente morte per il dolore.

Per quanto il testo non sia pervenuto, la vicenda di Andrea di Parigi (Andreas Parisiensis) ci è nota da numerosi rimandi all’interno della poesia trobadorica, (in 13 trovatori diversi; i primi risalgono al 1180, nelle poesie di autori quali Aimeric de Belenoi, Bertran de Paris, Jordan de Confolens, Uc de la Bacalaria, nella Historia comitum Ghisnensium di de Lambert d'Ardres e altri)[4], che resero Andrea di Parigi l’emblema dell’amante infelice, vittima del desiderio non consumato.

Il primo a proporre tale identificazione fu Giovanni Mario Crescimbeni nella Istoria della volgar Poesia (1714), seguito da Jackob Grimm[5] e più recentemente M. Joh. Heller; più persuasivamente contrario, nello stesso periodo, fu invece il curatore della prima edizione critica del De Amore, E. Trojel[6].

A ben vedere, tuttavia, questa sovrapposizione si può far risalire fino al testo stesso del trattato: in quei pochi passi in cui l’autore sembra riferirsi a se stesso, infatti, effettivamente si presenta come Andreas:

(latino)
«[…] non gaudeat Andreas de eo, quod magis cupit in orbe [...] si suum unquam ediderit homini tam infortunato remedium. Nam et nos excellentissimi amoris concitamur aculeis, quamvis inde nullum sumpsimus nec speramus assumere fructum. Nam tante altitudinis cogimur amore languescere, quod nulli licet exprimere verbo […].»
(italiano)
«[…] che Andrea non ottenga mai soddisfazione in ciò che più brama al mondo [...] se egli dovesse mai fornire un suo rimedio a un uomo così sventurato [...] Infatti, anche io sono stimolato dallo sprone di un amore eccelso, sebbene d’esso non ne ho colto alcun frutto, né spero di coglierlo: onde sono condannato a consumarmi per un amore di così alta condizione, che non è lecito farne parola ad alcuno […].»

Sempre nel trattato, in uno dei dialoghi del Libro I, il dialogo G in cui un alto nobile tenta di sedurre una nobildonna, il seduttore si appella alla autorità di:

(latino)
«[…] amatoris Andree, aule regie cappellani [...] doctrina […].»
(italiano)
«[...] l’insegnamento dell’amante Andrea, cappellano della corte del re [...].»

Il primo passo in particolare, parlando di un amore frustrato per una donna più elevata e viste le sue somiglianze con una canzone coeva di Gaucelm Faidit in cui accenna alla vicenda di Andrea di Parigi[7], è quello che più ha autorizzato l’identificazione (e non a caso fu addotto a suo tempo da Jacob Grimm nel 1843).

Il secondo passo, allo stesso modo, sembrava confermare la presenza dell’autore a Parigi alla corte del re di Francia, proprio come voleva la leggenda; d’altra parte, Andrea si identificava apparentemente come un chierico (“Andree […] cappellani […]”) – cosa mai citata dai trovatori, e almeno in parte paradossale considerando l’ambito erotico in cui si muove – un dato problematico che tuttavia venne lasciato pendente.

Peter Dronke[8] ha ipotizzato che l’altrimenti ignoto autore del trattato, in quei passi in cui si riferisce a se stesso, abbia voluto sovrapporsi a una figura che, come ben testimoniato dalla pochissimo successiva produzione trobadorica, doveva essere familiare a tutti; e, soprattutto, che era diventata il simbolo dell’amante per antonomasia. In altri termini, si sarebbe trattato di un nom de plume, uno pseudonimo parte di un gioco letterario che voleva scherzosamente sovrapporre l’autore che parla di amore all’eroe-amante per eccellenza, noto e apprezzato da tutti.

Secondo l’interpretazione di Dronke, dunque, ogni autoriferimento da parte dell’autore nasconderebbe un espediente letterario. D’altra parte, come giustamente osserva lo studioso, è difficile credere che un chierico del XII secolo, immediatamente dopo la sua morte, abbia subito in tutta la Francia una così repentina canonizzazione leggendaria da dar origine immediatamente a una così ben nutrita produzione letteraria trobadorica sul suo conto; è molto più economico pensare a una leggenda che già circolava in precedenza a cui l’autore fa riferimento.

Biografia tradizionale

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Posto che l’identificazione fra l’Andrea Cappellano presente nei manoscritti e la leggendaria figura di Andrea di Parigi sia da abbandonare, rimane il problema di quantomeno delineare il profilo dell’autore del De Amore. Anche in questo caso, i dati sono scarsi e incerti, ma è un elemento indispensabile per tentare di dare una collocazione cronologica all’opera.

Una prima linea critica, che potremmo definire tradizionale in virtù della sua precedenza cronologica e la sua notevole diffusione ancora oggi, ha utilizzato il secondo passo sovracitato e altri per tentare di stabilire dei termini cronologici antequem e postquem per la composizione del trattato, e cercare così riscontri storici di un chierico (perché, significativamente, alla lettera viene preso il termine “Cappellanus”) di nome Andrea operante nella corte reale di Parigi e/o in quella comitale di Champagne a Troyes[9].

Va a Pio Rajna[10] il merito di aver individuato quei passi che potevano suggerire una probabile periodizzazione: in primis, indica il 1174 come termine postquem, dal momento che la data è riportata esplicitamente nella lettera della contessa di Champagne presente nel dialogo G (lettera e quindi data certamente fittizia, ma non casuale: il calendimaggio era ritenuto il giorno per eccellenza dell’amore, e al 1174 si ritiene risalga la composizione del Lancelot di Chrétien de Troyes). Termini postquem più stretti, ma decisamente meno sicuri, sono dati da alcuni riferimenti al regno di Ungheria: nel dialogo E del Libro I[11], sembra potersi rilevare un riferimento al matrimonio di Margherita di Francia con il re Bela III, avvenuto nel 1186; un ulteriore rimando a un re ungherese, brutto ma di ottimi costumi e dichiarato ancora vivente al momento della scrittura, è stato interpretato da Rajna sempre con Bela III, morto nel 1196. Il termine antequem è invece sicuro: la prima citazione del De Amore da parte di un altro autore, Albertano da Brescia, nel 1238, dimostra che l’opera doveva essere compiuta e diffusa prima di quella data. L’opera doveva quindi essere stata sicuramente composta fra il 1174 e il 1238.

La scoperta della presenza di un chierico di nome Andrea come testimone degli atti legali della corte di Champagne, fra il 1182 e il 1186[12], sembrava dare conferma della presenza dell’autore nella corte della contessa Maria; la frequentazione di questo vivace centro culturale avrebbe inoltre spiegato la profonda conoscenza che l’autore mostra di possedere della letteratura volgare cortese, lì incoraggiata e coltivata da scrittori del calibro di Chrétien de Troyes negli stessi anni.

L’indicazione di Andrea come “cappellano del re di Francia” veniva spiegata da Rajna con un successivo spostamento alla corte parigina di Filippo Augusto, fratellastro di Maria.

Lo studioso Alfred Karnein ha effettivamente potuto confermare negli archivi parigini la presenza di un “Andreas Cambellanus” (Andrea il Ciambellano) presso la corte di Filippo Augusto negli anni 1190-1191[13], sebbene, come contesta Dronke[14], l’appellativo di Cambellanus non è del tutto coincidente con Cappellanus (Karnein ipotizzava una corruzione del termine Cambellanus in Cappellanus nella tradizione manoscritta; in alternativa, che avesse composto il trattato quando era ancora un semplice cappellano, e che le uniche attestazioni che abbiamo di lui siano solo successive alla sua “promozione” a ciambellano reale[15]). In ogni caso, questa scoperta ha autorizzato molti a pensare a un autore chierico attivo nella corte di Parigi. A ulteriore prova di una presenza parigina dell’autore si adduceva sia il carattere scolastico dell’impostazione argomentativa del trattato[16], sia la notevole fortuna dell’opera nella capitale, e in particolare fra gli studenti della Facoltà delle Arti, come testimoniato sia dalla tradizione manoscritta che dalla condanna emanata dal vescovo di Parigi Etienne Tempier nel marzo del 1277[17].

L’elemento più convincente circa la presenza dell’autore a Parigi viene però dalla considerazione del destinatario dell’opera, il giovane Gualterus cui l’autore si rivolge: Karnein[18] lo ha identificato con Gautier il giovane, ciambellano di Filippo Augusto, nato intorno al 1163 e ben attestato nelle carte della cancelleria reale. Si tratta di una figura che soddisferebbe tutti i requisiti che Andrea gli sembra attribuire: è una persona di spicco all’interno della corte reale, e quindi abbastanza noto; conosce il latino (e ciò lo rende verosimile come destinatario); al momento della scrittura doveva essere relativamente giovane. Inoltre, sembra plausibile poter affermare che l’Andreas Cambellanus sopracitato conoscesse personalmente Gautier, dal momento che la sua firma appare in un atto della sua famiglia. Dal momento che nel trattato Gaulterus è indicato come più giovane dell’autore, mentre questo dimostra di non essere ancora così vecchio da non provare le punture d’amore, si può ipotizzare che l’autore avesse una decina d’anni in più di Gautier, e quindi fosse nato intorno alla metà del XII secolo e che sia morto presumibilmente entro il primo ventennio del XIII.

Circa la geografia della vita di Andrea Cappellano, Karnein[19] ha negato la presenza dell’autore in Champagne a favore di una biografia e un’attività di scrittura interamente parigina; ma già Rajna prima di lui, e più recentemente Ruffini[20], ritengono innegabile un legame di Cappellano con la corte di Marie de Champagne. In particolare, sembra che il trattato non possa essere stato scritto interamente a Parigi, dal momento che un passo sembra invece alludere proprio all’estraneità rispetto alla capitale, dove l’autore invita a recarvisi se si desidera ottenere facilmente i favori di una donna.

(latino)
«Parisius igitur exspecta erudiri, non a muliere duceri.»
(italiano)
«Va dunque a Parigi a ricevere la tua educazione piuttosto che chiederla a una donna.»

Come sottolinea Ruffini[21], non sembra affatto credibile che s’inviti qualcuno ad andare in un luogo nel quale già ci si trova.

Dunque, per quanto frammentaria e dubbia, la biografia di Andrea Cappellano sembra potersi così ricostruire: si può postulare che Andrea Cappellano non sia parigino, ma che vi abbia coperto la carica di cappellano/ciambellano una volta arrivatovi. Plausibilmente nato verso la metà del XII secolo, venne dalla corte di Champagne, dove aveva appreso la materia bretone, tanto apprezzata dalla contessa, e il latino. È altresì probabile che a Troyes abbia iniziato la stesura del trattato, e che, fatta carriera e passato alla corte parigina, lì abbia rimesso mano al testo per dedicarlo all’amico Gautier, ivi conosciuto, e concluso l’opera.

Biografia alternativa secondo la critica recente

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Più di recente, alcuni studiosi fra cui in particolare Peter Dronke[22], hanno proposto una radicale reinterpretazione dei toni e dei contenuti del De Amore, che contrariamente al paradigma interpretativo tradizionale – che a partire dall’edizione di John Jay Parry aveva battezzato il trattato come “the codex of courtly love” – vedrebbe nel trattato una sistematica decostruzione dei sistemi concettuali prevalenti nella cultura francese dell’epoca: prendendo la forma di una disputatio in utramque partem (sebbene con notevole sbilanciamento, dal momento che il primo libro costituisce circa due terzi dell’opera) armato degli strali dell’ironia allusiva e di un notevole cinismo, l’autore vorrebbe dimostrare l’inconsistenza sia delle posizioni erotofile proprie degli ambienti cortesi che quelle erotofobe e misogine proprie degli ambienti clericali. Così riassume efficacemente Dronke:

(inglese)
«In his outlook I would see the author as a medieval Thersites, who mocks everything, the secular and the religious, the ideals and the hypocrisies. In his techniques I would see him almost as a medieval Borges - a writer whose delight lies in teasing, tantalizing and setting traps for his readers.»
(italiano)
«Per la sua prospettiva, vedrei l’autore come un Tersite medievale, che deride ogni cosa: il secolare e il religioso, gli ideali e le ipocrisie. Nelle sue tecniche lo vedrei quasi come un Borges medievale: uno scrittore il cui piacere consiste nello stuzzicare, affascinare e tendere trappole ai suoi lettori.»

L’accettazione di tale linea critica comporta altresì una completa revisione della fisionomia intellettuale e culturale dell’autore, oltre che delle congetture circa la sua biografia proposte dal paradigma tradizionale degli studi, facendo prevalere nella lettura dei dati dell’opera la componente ironico-letteraria su quella letterale-biografica.

In primo luogo, come già discusso sopra, Peter Dronke è convinto che l’autoriferimento come “amatoris Andree, aule regie capellani” celi in realtà un sottile gioco letterario all’insegna di un’ironia sardonica: l’autore assume la maschera del paladino degli ideali cortesi dell’amore, che tutti conoscevano, per esprimere poi delle posizioni tutt’altro che coerenti con quegli ideali. Per usare le parole di Dronke:

(inglese)
«Above all, Andreas's treatise lacks one element that is quite prominent in poetry of courtly love: there is no sense whatever that he idealizes a woman who is loved or takes any cognizance of a high ideal of love. Insofar as his dialogues allude to such idealism at all, it is blatantly part of a seducer's strategy to get a woman into bed - there is not a trace of tenderness, or of reverence. For Andreas, sex is a comedy of manners, a comedy of arguments in which […] it is always the man, the seducer, who has the dominant role.»
(italiano)
«Soprattutto, nel trattato di Andreas manca un elemento che è invece molto evidente nella poesia dell’amor cortese: non vi è alcuna traccia che egli idealizzi la donna amata o che riconosca un alto ideale d’amore. Nella misura in cui i suoi dialoghi alludono a tale idealismo, esso appare chiaramente come parte della strategia di un seduttore per portare una donna a letto — non vi è traccia né di tenerezza né di venerazione. Per Andrea il sesso è una commedia di costumi, una commedia di argomentazioni in cui […] è sempre l’uomo, il seduttore, ad avere il ruolo dominante.»

In questa prospettiva, anche il termine “Cappellanus” non andrebbe preso alla lettera[23]: non indicherebbe infatti una posizione clericale, bensì, come testimoniato altrove nella letteratura latina del medioevo, dovrebbe essere tradotto come “devoto” o “adepto”. Questa interpretazione rafforzerebbe l’ipotesi di una allusione al leggendario Andrea di Francia: l’”amante Andrea” era capellanus della corte di Francia non in virtù del suo incarico, ma per la sua affettuosa devozione alla regina.

Così stando le cose, la possibilità di ricostruire un profilo biografico dell’autore sembra sfumare. Dronke ritiene comunque molto probabile che l’autore fosse un religioso e che gravitasse intorno all’ambiente parigino. A suggerire tali dati concorrono: quella che viene definita come una buona dose di “humor clericale” presente nel testo; il ricorso alla casuistica, che dimostra una conoscenza di teologia morale di marca scolastica; il fatto che il destinatario sia un religioso - Gautier il giovane -, il che suggerisce che in generale il pubblico di elezione fosse di stampo clericale; il fatto che l’opera ottenne notevole successo a Parigi, in particolare fra gli studenti della Facoltà delle Arti.

In merito alla datazione, sebbene Dronke non ritenga inverosimili le ricostruzioni tradizionali, reputa più probabile che l’opera sia stata scritta intorno al 1230: ciò collimerebbe più da vicino con la prima citazione del trattato da parte di un altro scrittore, Albertano da Brescia, e contestualizzerebbe meglio la condanna subita dal trattato da parte del vescovo di Parigi Etienne Tempier (che, evidentemente, o non doveva aver colto il tono ironico dell’opera - come d’altra parte alcuni critici moderni -,o al suo sguardo gli scrupoli delle conseguenze morali soprassedevano alle sue intenzioni effettive) nel 1277: è più facile immaginare che un’opera circolante a Parigi dagli anni ’30 del XIII secolo sia stata condannata nel giro di una generazione, piuttosto che una vecchia, a quel punto, di quasi ormai un secolo.

Se l’autore era vivo al momento del licenziamento della sua opera, è allora plausibile postdatare la sua data di nascita di qualche decennio rispetto a quella tradizionale.

De Amore libri tres

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Lo stesso argomento in dettaglio: De amore.

Il De Amore è un trattato in lingua latina in tre libri scritto da Andrea Cappellano che codifica i principi, le pratiche e le dinamiche sociali dell’amore cortese, culminando però con un ripudio e condanna dell’amore nella sezione finale. Si tratta di un'opera capitale - secondo un’impostazione tradizionale fondata nel 1941 da John Jay Parry[1] e oggi fortemente discussa - per la sistematizzazione teorica degli ideali dell’amore cortese così come elaborati e praticati nelle corti comitali della Francia medievale nel corso del XII secolo, sviluppando le poco precedenti riflessioni della lirica trovadorica in congiunzione con la tradizione cristiana e classica pagana (in particolare, l’Ars Amatoria di Ovidio), tale opera esercitò un’enorme influenza culturale e influsso modellizzante, diretti o indiretti, su tutta la successiva lirica amorosa europea medievale, come testimoniato dalla presenza di una notevole tradizione manoscritta in più lingue.

Il trattato è dedicato e indirizzato al giovane amico Gualterus, nuovo adepto dell’amore le cui domande l’autore si propone di soddisfare presentando una disamina completa del fenomeno amoroso. Il Libro I tenta di dare una definizione dell’amore, di descriverne gli effetti, di individuare quali persone possano amare sulla base di criteri fisiologici e sociologici; attraverso la lunga sezione di dialoghi distinti per i tipi sociali coinvolti, in cui trovano spazio molteplici questioni (in primis, dimostrare come la sola nobiltà d’animo renda meritevoli dell’amore e la superiorità dell’amore libero sul matrimonio) si propone poi di fornire la strategie di seduzione adeguate a ciascun gruppo sociale in base al rango dell’amante che si desidera. Il Libro II si occupa delle strategie utili al mantenimento dell’amore, e parallelamente di quali siano i segni di un amore che decresce o che è prossimo alla fine; nella forma dei 21 iudicia emessi dalle Corti di Amore, presiedute da nobildonne, si dà risposta ai dubbi che possono sorgere in una specifica circostanza ipotetica; il libro culmina presentando le 31 regulae amoris di valenza universale. Il Libro III - aggiunto, come affermato dall’autore, di sua sola iniziativa - si pone, almeno apparentemente, in opposizione con i primi due, dal momento che porta avanti una inaspettata palinodia con la riprovazione dell’eros, che è condotta sui piani della incompatibilità con la virtù cristiana, la nocività dell’amore sul benessere fisiologico dell’individuo e la tenuta sociale, e la intrinseca malvagità della natura muliebre.

Questa evidente dicotomia strutturale - schema retorico tradizionale della disputatio in utram partem, ovvero a favore e poi contro una stessa tesi -, insieme ad alcune contraddizioni e incoerenze contenute nei primi due libri, ha alimentato un lungo dibattito critico in merito alle reali intenzioni dell’autore e il significato dell’opera: se fosse, come effettivamente fu letto per secoli, un manuale della fin amors; se fosse una compilazione eterogenea di materiali erotici preesistenti, senza quindi pretesa di coerenza interna; se, invece, l’opera fosse un esercizio satirico di ambito clericale di critica della depravazione dell’amore laico delle corti, di cui il Libro III rappresenterebbe la condanna esplicita; se, infine, sempre in una prospettiva satirica, il trattato fosse un esercizio di decostruzione sia delle posizioni erotofile tipiche delle corti così come di quelle erotofobe tipiche degli ambienti clericali.

Nonostante la sua ambiguità interpretativa, nella sua concreta esistenza storico-culturale il De Amore fu interpretato e letto per secoli quale massima autorità relativa al fenomeno amoroso, e ha contribuito sensibilmente a definire una sensibilità culturale in merito all’eros per tutti gli uomini di cultura, soprattutto i poeti d’amore di buona parte della lirica europea occidentale.

Studi ed edizioni

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  • Chartularium Universitatis Parisiensis, ed. H. Denifle – A. Chatelain, t. I, Parigi, 1899.
  • Colombo, F., “La struttura del ‘De amore’ di Andrea Cappellano”, in Rivista di filosofia neoscolastica, 89/4 (1997), pp. 554–608.
  • Dronke, P., “Andreas Capellanus”, in The Journal of Medieval Latin, 4 (1994), pp. 51–63.
  • Grimm, J. (a cura di), Gedichte des Mittelalters aus König Friedrich I den Staufer und aus seiner sowie der nächstfolgenden Zeit in Kleine Schriften, vol. III, Berlino, 1866, p. 44.
  • Karnein, A., “De Amore in volkssprachlicher Literatur”, Heidelberg, C. Winter Universitätsverlag, 1985, pp. 267–287.
  • Karnein, A., “La réception du «De Amore» d’André le Chapelain au XIIIe siècle”, in Romania, 102 (1981), pp. 324–351, 501–542.
  • Parry, Jh. J. (a cura di), Andreas Capellanus, The Art of Courtly Love, New York, Ungar (Records of Civilization. Sources and Studies, 33), 1941.
  • Rajna, P., “Tre studi per la storia del libro di Andrea Cappellano”, in Studi di Filologia Romanza, 5 (1891), pp. 193–272.
  • Ruffini, G. (a cura di), De Amore, Milano, Guanda, 1980.
  • Trojel, E., “André de Paris et André le Chapelain”, in Romania, 18/71 (1889), pp. 473–477.
  • Trojel, E., (a cura di), Andreae Cappellani Regii Francorum De Amore libri tres, Copenaghen, 1892.

Risorse digitali

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  1. 1 2 Parry, Jh. J. (a cura di), Andreas Capellanus, The Art of Courtly Love, New York, Ungar (Records of Civilization. Sources and Studies, 33), 1941.; Dronke, P., “Andreas Capellanus”, in The Journal of Medieval Latin, 4 (1994), p. 52.
  2. Karnein, A., “De Amore in volkssprachlicher Literatur”, Heidelberg, C. Winter Universitätsverlag, 1985, pp. 267–287.; Knapp, F. P. (a cura di), De amore: libri tres = Von der Liebe: drei Bücher, Ausgabe von E. Trojel, Berlin, De Gruyter, 2006. p. 297.
  3. Dronke, P. op. cit. pp. 51–63.
  4. Dronke, P. op. cit., p 53; Trojel, E., “André de Paris et André le Chapelain”, in Romania, 18/71 (1889), pp. 473–477.
  5. Grimm, J. (a cura di), Gedichte des Mittelallers aus Kônig Friedrich I den Staufer und aus seiner so wie der nâehstfolgettden Zeit, in Kleine Schriften, vol. III, Berlino, p. 44.
  6. Trojel, E. “André de Paris et André le Chapelain”, p. 474.
  7. Dronke, P. op. cit., p. 53.
  8. Dronke, P., “Andreas Capellanus”, in The Journal of Medieval Latin, 4 (1994), pp. 51–63.
  9. Rajna, P., “Tre Studi per la storia del libro di Andrea Cappellano”, in Studi di Filologia Romanza, 5, 1891, pp. 193-272; Ruffini, G. (a cura di), De Amore, Milano, Guanda, 1980, p. X-XII; Trojel, E., (a cura di), Andreae Capellani Regii Francorum De Amore libri tres, pp. I-XV.
  10. Rajna, P op. cit., pp. 193-272.
  11. Trojel, E., (a cura di), Andreae Cappellani Regii Francorum De Amore libri tres, pp. 80-110.
  12. Colombo, F., “La struttura del ‘De amore’ di Andrea Cappellano”, in Rivista di filosofia neoscolastica, 89/4 (1997), p. 557.
  13. Ibidem; Karnein, A., “De Amore in volkssprachlicher Literatur”, pp. 24-28.
  14. Dronke, P., op. cit., p. 52 et 55.
  15. Ruffini, G. op. cit., p. XIII-XIV.
  16. Dronke, P. op. cit., p. 56.
  17. Colombo, F., op. cit., p. 557.
  18. Ruffini, G. op. cit., p. XIII.
  19. Ibidem pp. XII-XVI.
  20. Ibidem
  21. Ruffini, G. op. cit., pp. XIV-XVI.
  22. Dronke, P. op. cit., pp. 51–63.
  23. Dronke, P. op. cit., p. 55

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Andrea Cappellano
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